Capitolo 1
Mi svegliai con il rumore del mare, il suono delle onde che si infrangevano dolcemente sulla battigia come il battito del cuore di un delfino che emerge dall'acqua, cercando aria, in un mondo che si sente vasto e fertile, ma allo stesso tempo opprimente. I delfini sono animali intelligenti, socievoli, capaci di afferrare la bellezza del momento con una grazia che a volte invidio. La loro natura giocosa è un richiamo alla libertà, un invito a immergersi in un'esistenza senza limiti, eppure, in quel momento, la mia realtà sembrava essere un'eco distante di quel sogno.
Aprii gli occhi, ma la luce del sole sembrava un attacco frontale, come se volesse avvolgermi in una morsa di calore e confusione. L'ambiente attorno a me, carico di un misto di odore di sudore e vino, mi travolse, e realizzai che non ero affatto in spiaggia, ma in una stanza costellata di poster di nuotatori famosi, con un odore di risate e alcol che aleggiava nell'aria densa. Il letto era un campo di battaglia, il lenzuolo bianco imbrattato da segni di una festa che avevo apparentemente dimenticato. Ma i ricordi si affollavano nella mia mente come pesci in cerca di una via d'uscita, e i volti di quelle due ragazze che dormivano accanto a me, avvolte in una trama di capelli scarmigliati e sorrisi addormentati, si facevano sempre più nitidi.
Una di loro, con lunghi capelli castani che danzavano come alghe marine, si girò e mi lanciò un'occhiata assonnata. La sua espressione, un misto tra sorpresa e divertimento, mi colpì. L'altra, bionda e smagliante, sembrava avvolta in un sonno profondo, ignara del caos che ci circondava. "Oh, non ricordo nulla," pensai, mentre un senso di nausea mi pervadeva. Avevamo festeggiato la vittoria della nostra squadra di nuoto, ma i dettagli della serata si stavano dissolvendo come sabbia tra le dita.
Mi alzai, le gambe un po' tremolanti, e guardai l'orologio appeso al muro. Era tardi, troppo tardi per un capitano responsabile come me. La mia famiglia, i Kingsley, non aveva mai accettato un comportamento che non fosse impeccabile. Ricchi e potenti, avevano tracciato il mio futuro: il nuoto, l'università, il prestigio. Ogni loro parola era un riflesso di aspettative, ogni loro sguardo una pressione che si accumulava come le onde in un mare in tempesta. “Non puoi deludere il tuo nome,” mi ripetevano sempre. Ma io, in fondo, desideravo solo essere un delfino, libero di nuotare via da quella realtà, lontano dai rimproveri e dai doveri che mi schiacciavano.
Spostai lo sguardo verso la finestra, dove il sole filtrava attraverso le tende, dipingendo strisce dorate sulle pareti. Il panorama delle colline di Stanford si estendeva davanti a me, un richiamo alla bellezza della vita che mi attendeva oltre quelle mura. Ma in quel momento, il mio cuore era imprigionato nel caos di quella stanza. Le risate, i festeggiamenti, e ora, quella sensazione di vuoto. Da capitano della squadra di nuoto, ero abituato ad affrontare ogni sfida, ma nulla di ciò che avevo affrontato si avvicinava alla confusione di quella mattina. Era come se una tempesta avesse stravolto la mia mente, rendendola un mosaico di pensieri in contrasto, ricordi sfuggenti e desideri repressi.
Un movimento sul letto mi fece tornare alla realtà; la ragazza con i capelli castani si stropicciò gli occhi e disse con voce ancora assonnata: "Ehi, Noah, cosa è successo ieri? Sei stato un disastro." Le sue parole erano accompagnate da un sorriso beffardo, un colpo di grazia che si trasformò rapidamente in una risata contagiosa. Io, nel tentativo di mascherare la mia vergogna, seppi solo ribattere con una battuta secca: "Non è colpa mia se la festa è stata epica. E poi, non ti ho mai promesso di essere un angelo, giusto?"
L'atmosfera nella stanza cambiò repentinamente, le tensioni del risveglio si dissolsero in un turbine di battute e ricordi confusi, mentre l'altra ragazza si girò e si unì alla conversazione, con uno sguardo di sfida, come se stesse cercando di accaparrarsi la mia attenzione. Era così che iniziava un nuovo giorno, intriso di una confusione affascinante, di promesse non dette e di segreti ancora da scoprire. E mentre le mie parole si intrecciavano con le loro, la mia mente vagava verso l'ignoto, dove i delfini nuotavano liberi, e io, intrappolato in una vita di aspettative, cominciavo a chiedermi se esistesse davvero una via d'uscita.